Morfeo

Giuseppe Borasi e Marco Gazzoli

Quando la donna si sveglia, si rende conto di essere legata a una sedia, con i polsi stretti ai braccioli e le caviglie bloccate da un nastro adesivo. La stanza puzza di chiuso. Una finestra c’è, ma bloccata da assi inchiodate, che lasciano filtrare solo un taglio di luce. L’aria è greve e ogni respiro le pesa nei polmoni. Non sa da quanto tempo si trovi lì: alcune ore, di sicuro. Aveva provato a contare, ma il buio e l’assenza di rumori certi avevano confuso il suo senso del tempo.  

Davanti a lei un uomo, di bassa statura, sulla cinquantina e sovrappeso. Lei lo fissa. Non con paura cieca, ma con uno sguardo attento, calcolatore. Avverte dolore al corpo, le ossa indolenzite, i muscoli rigidi, eppure la sua mente resta lucida. Non ha l’aria di una vittima rassegnata.   L’uomo indossa una camicia bianca e dei bermuda militari: ha lo sguardo assente e puzza. 

– Ehi, sei sveglia?

– Sì. Che cosa mi hai fatto?

– Ti ho dato dei sedativi. Che cosa ti ricordi?

– Ero alla fermata dell’autobus, sotto casa.

– Poi?

– Non mi ricordo. Che cosa vuoi farmi?

– Strano, non ricordi nient’altro? Mi sono avvicinato con una scusa, ti ho chiesto un’informazione. Era già buio, ho aspettato che non ci fosse nessuno in giro, poi ti ho colpito alla testa e ti ho caricato in macchina. E ora siamo qua.

– Che cosa vuoi farmi? – gli chiede.

– Quello che ho fatto alle altre – sorride – Ucciderti. Ma prima mi diverto un po’, insomma hai capito.

Lei non dice nulla, negli occhi paura mista a incredulità.

– Tranquilla, non oggi. Abbiamo tempo.

– Chi sei? – riesce a dire lei con un gemito nella voce.

– Non li leggi i giornali?

– Morfeo? – balbetta la ragazza con un filo di voce.

L’uomo si lascia andare a una breve risata divertita. – Morfeo… – ripete quasi stupito. – Così mi chiamano…? Ma non ho scelto mica io il nome. È buffo che qualcuno abbia deciso di darmene uno. Deve essere qualche stronzo di giornalista. Quelli sanno solo ricamare storie.

Io sono solo io. Quando è il momento un bel sonnifero e buonanotte. Non mi interessa vedervi soffrire a lungo.

La donna osserva un piatto sul tavolino davanti a sé: spezzatino e patate. Ha sempre le caviglie legate, ma il suo carceriere ora le lascia le mani libere, per mangiare. Il piatto è ancora lì sul tavolo, non l’ha neppure sfiorato.

– Non mangi? Mangerai, non preoccuparti, prima o poi mangiano tutte.

– Ho mal di testa, non mi sento bene.

– Lo so. Ma ti passerà presto vedrai.

– Ti prego, lasciami andare.

L’uomo si volta e si avvicina alla porta. Ha un attimo di esitazione, poi tossisce, lancia un’imprecazione e ha altri due violenti accessi di tosse. Quindi esce sbattendo la porta.

La donna avvicina la mano al piatto, ma la ritrae immediatamente, disgustata. Avvicina di nuovo la mano al cibo e questa volta riesce a mangiarne un boccone. Lo rigurgita immediatamente nel piatto e se ne resta lì a guardarsi intorno. I minuti passano lenti in un silenzio opprimente. Lentamente, dopo un tempo indefinito, porta di nuovo la mano al piatto. Sente i passi dell’uomo nel corridoio e d’istinto smette di masticare.

– Te l’avevo detto che avresti mangiato. Avresti dovuto farlo prima, adesso si è raffreddato. Ti ho portato dell’acqua.

La donna beve con avidità e chiede subito un altro bicchiere.

– Perchè mi fai questo?

– Perchè, perché, ha importanza? – le risponde agitando la mano destra nell’aria. Poi l’uomo starnutisce e si pulisce il naso con un fazzoletto. – Sei una psicologa eh, Laura? L’ho letto sui tuoi biglietti da visita che avevi che avevi nella borsetta. 

La voce della donna è monotona, priva di emozione. – Lasciami andare, ti prego. Perchè fai queste cose?

– Non c’è un perché. È così e basta.

Lei scuote il capo, la voce sottile ma ferma. -Non è vero. Nessuno nasce mostro. Sei stato bambino anche tu. Qualcuno ti ha ferito. Forse tua madre? O tuo padre? Ti hanno lasciato solo?

Il suo sguardo cambia. Una fessura, un lampo di rabbia trattenuta. – Non parlare di mia madre – sibila. Le mani gli tremano mentre la spingono contro il muro.

– Allora è stata lei- insiste. -Ti ha spezzato, e adesso tu ripeti quel dolore con le altre. Cerchi di avere potere, di sentirti forte dove da bambino eri impotente.

– Stai zitta! – urla lui, la voce improvvisamente violenta. Ma non riesce a nascondere quell’ombra che gli attraversava gli occhi.

Lei inspira piano, cercando di mantenere la calma. – Se parli con me, forse capirai anche tu. Non sono diversa da te, sai? Anch’io ho visto cose che avrebbero potuto spezzarmi. Ma ho scelto un’altra strada. Forse per questo sono qui.

Lui la fissa, perplesso, come se quelle parole abbiano incrinato un confine che teneva intatto da anni. – Tu non sei come me – dice infine. – Nessuno lo è.

– Dimmi il perché, allora.

– Ancora perché? E’ tanto importante sapere? Perchè un padre vuole che un figlio riesca dove lui ha fallito? Perchè qualcuno muore di cancro e qualcuno no? Perchè, perchè…

Come lo chiamate voi psicologi, trauma infantile? Se proprio ci tieni tanto, avevo un padre violento, drogato e alcolizzato, prendeva a botte la mamma ogni volta che beveva. Poi ha cominciato a prendere a botte anche me, ma non gli bastava. Veniva alla sera nella mia cameretta a darmi la buonanotte, hai capito cosa voglio dire no? 

Un giorno ha cominciato a farsela con una ragazzina che aveva solo qualche anno più di me. Io l’ho scoperto e lui ha tentato di uccidermi, poi diciamo che mi sono vendicato. 

Da allora provo odio per le ragazze belle e fortunate come te, che quando mi incontrano per la strada si girano dall’altra parte, ragazze per cui gli uomini sono disposti a fare qualsiasi cosa, così mi diverto un po’ con loro e poi buonanotte, sogni d’oro piccoline. Sei soddisfatta adesso?

Lei inclina appena la testa. Poi si volta verso di lui e sembra animata da una nuova luce negli occhi. 

– Ed è per questo che ti prenderanno. Perché la polizia sa tutto. Io non sono solo una vittima: sono qui per questo. Ti abbiamo teso una trappola. Stanno arrivando.

Un silenzio profondo cade nella stanza. Lui rimane immobile, poi ride, un riso basso, sgraziato. – Bella mossa. Pensi davvero che io ci caschi? Nessuno sa che sei qui.

Lei non distoglie lo sguardo. – Fra pochi minuti sentirai bussare alla porta. E allora finirà tutto.

Lui pare oscillare tra incredulità e dubbio, tra rabbia e paura.
– Stai mentendo.

– No. Ti dico che sei in trappola. Stanno già sentendo tutto con i microfoni ambientali.

– Voglio vedere se hai il coraggio di mentire ancora. Adesso te la faccio passare io la voglia.

– Non sto mentendo. Tra poco sarà tutto finito. Per te.

Il botta e risposta continua come una partita a scacchi. Ogni parola è una mossa pericolosa. La lampadina tremola sopra le loro teste, proiettando ombre incerte sui muri scrostati. Lei rimane immobile, lo sguardo fermo, il respiro controllato. Lui adesso cammina avanti e indietro, mani nei capelli, oscillando fra la decisione di finirla subito e il dubbio che forse qualcosa, là fuori, stia davvero accadendo.

– Non ti credo, puttana.

– Credimi.

Un rumore indistinto che proviene dalla strada, una sirena in lontananza, poi più nulla.

– No, non ti credo.