Quello che una donna non dice

Giuseppe Borasi e Marco Gazzoli

Dal momento che le restano solo pochi minuti di vita, la signora Eleonora Bonafede e l’appartamento in
cui abita meritano una descrizione minuziosa. Partiamo da quest’ultimo: siamo nell’ampio salone di un
attico di un palazzo di recente costruzione in via Turati. Un appartamento di quelli moderni, lucidi, senza
un vero passato. Vetrate alte corrono lungo le pareti e lasciano entrare la città: il traffico di Piazza della
Repubblica, i fari delle auto che si rincorrono come fili di luce bianca e rossa, i rumori che salgono
smorzati fino a quell’altezza. Sullo fondo, le torri di Porta Nuova lampeggiano annoiate e il Pirellone si
staglia come un gigante scuro. All’interno dell’abitazione la luce è bassa, gialla. Le lampade a stelo
illuminano appena i divani color panna. In un angolo della sala una colonnina regge una testa virile in
bronzo. Sopra una consolle in rovere, un vaso di Lalique con all’interno pochi diafani iris color crema
riflette la pallida luce dei fiori in uno specchio dalla cornice intarsiata. Su un tavolino due bicchieri di
vino, pieni a metà, uno segnato da un’impronta di rossetto. Accanto, un posacenere con un mozzicone di
sigaretta appena iniziato. Tutto lascia intendere un repentino cambiamento di programmi, una serata
interrotta. Anche la zona pranzo reca i segni della stessa fretta: piatti con resti di carne, pane spezzato, un
coltello spostato, la tovaglia tirata di lato. Il profumo di arrosto aleggia ancora nell’aria, mescolato a
quello del vino rosso. C’era una cena ma subito dopo qualcosa è cambiato. La porta della camera da letto
è socchiusa. Basta guardare dentro, le lenzuola scomposte, i cuscini per terra, la coperta ammucchiata, per
capire che è stata la scena di un incontro d’amore, di una passione consumata con improvviso ardore.
Quella sera Eleonora si era concessa al marito come non succedeva da tanto tempo, quasi con voracità,
arrivando anche ad un accenno di turpiloquio, era rimasta con le calze e le scarpe con il tacco, anche tra le
lenzuola, perché sapeva che a lui piaceva così. Si era spinta a fare cose che di solito non concedeva, tutto
soltanto per dargli piacere. L’aria adesso è satura di sudore e di alcol, come se i corpi avessero occupato
ogni angolo di spazio. Ma sul parquet, accanto al letto, si allarga una macchia scura. Troppo densa, troppo
scura per essere vino. E sul materasso, tra le pieghe delle lenzuola, un corpo. L’uomo è nudo, il petto
scoperto. Non sta dormendo, non più. Dal corridoio arriva un pianto breve, interrotto, come un singhiozzo
trattenuto a metà. In bagno, la donna è seduta sul bordo della vasca. Indossa una sottoveste leggera, i
capelli scuri incollati al viso bagnato. Nella mano stringe un telefono e lo schermo acceso illumina la
stanza. Una chat aperta. Fotografie. Parole che non lasciano via d’uscita. Lei fissa quelle righe senza più
leggerle. Sa già cosa dicono. Dentro di sé sapeva, da tanto tempo, forse. C’è anche un breve video, che
adesso vorrebbe non aver mai visto. Ma quello che le fa veramente ribrezzo, non sono i corpi avvinghiati,
i movimenti tra le lenzuola e i gemiti, di suo marito e della sua migliore amica. E’ quando il video è stato
girato. Lo stesso giorno in cui lei si recava, sola, all’istituto oncologico per un preliminare consulto con
uno specialista. E’ quella coincidenza che le ha procurato un irrefrenabile conato di vomito. Adesso il
peggio della malattia è passato, forse del tutto, ma dai giorni in cui il brutto male si era manifestato, suo
marito, dapprima premuroso e presente, era diventato col passare del tempo più distaccato e infine del
tutto assente. Cerca di pensare se vi sia stato un giorno preciso in cui tutto si era guastato. Ma non trova
un segnale, un tradimento improvviso, un crollo netto. Piuttosto ricorda i silenzi. Le frasi rimaste in
sospeso. Le volte in cui lei avrebbe dovuto dire ma non aveva detto, e le volte che lui preferiva non
sentire. I giorni si erano accumulati, uno sull’altro, fino a diventare un muro. Quello che una donna non
dice rimane, scava, diventa distanza. Fino a cancellare tutto. Le lacrime scivolano lente adesso. Non c’è
più rabbia, né ribrezzo, ormai. Solo un’indicibile stanchezza interiore. Il coltello deve essere rimasto da
qualche parte in camera, forse a terra, forse tra le lenzuola. Non lo cerca. Non serve più. Dopo qualche
minuto si alza. Percorre il corridoio senza asciugarsi gli occhi. Torna in camera e si ferma davanti al
corpo. Lo guarda a lungo, quasi volesse riconoscerlo un’ultima volta. L’uomo con cui aveva vissuto,
cenato, dormito. Quello che aveva amato e lo stesso che l’aveva tradita. Un corpo ormai freddo. Allunga
le mani, afferra il lenzuolo e comincia a trascinarlo. La testa dell’uomo urta contro lo stipite della porta.
Un tonfo secco. Lei continua a trascinare quel macabro fagotto da soma con le braccia tese. In salone il
silenzio si riempie di quel rumore sordo. Arrivata davanti alle vetrate, si ferma un istante a prendere fiato.
Apre con fatica il grande serramento. L’aria della notte entra fresca, portando i suoni della città: un
clacson, lo stridio di un tram in lontananza, una sirena che si spegne. Lei ricomincia a tirare. Il corpo

oltrepassa la soglia e scivola sul pavimento del terrazzo. Con uno sforzo enorme, le mani strette alle
lenzuola, lo spinge fino al parapetto. Ci impiega molto tempo, fermandosi più volte, piegata a riprendere
fiato. Riesce a sollevarlo e con un ultimo gesto lo spinge oltre. Il cadavere sparisce nel vuoto, inghiottito
dal buio. Eleonora rimane qualche secondo immobile, con le mani ancora tese. Guarda la città sotto di sé:
i lampioni, i fari, le strade bagnate dalla pioggia caduta poco prima. Non piange più. Sale sul parapetto e
inspira a fondo. Poi si lascia andare nel vuoto anche lei.


Il commissario Ettore Schimmenti arrivò che erano quasi le tre. La strada era chiusa dalle volanti, i
lampeggianti blu rimbalzavano contro i palazzi. Due corpi a terra, coperti da teli bianchi. Il sangue colato
verso il tombino, mischiato all’acqua della pioggia. I giornalisti che arrivavano sempre prima della polizia
e un gruppetto di curiosi nottambuli dietro le transenne. Voci basse, qualche risata nervosa, per la paura di
guardare la morte così da vicino. Salì all’attico. L’appartamento lo accolse con un silenzio freddo. Guardò
il tavolo: piatti, pane, bicchieri. Segni di una cena che non aveva avuto tempo di finire. Guardò il letto
disfatto, seguì la scia scura sul parquet. Prese un appunto sul taccuino. Si avvicinò al terrazzo. Dalle
vetrate la città brillava: le rare auto su viale Monte Santo, i lampioni che riflettevano sull’asfalto bagnato,
i grattacieli. Milano avrebbe tirato dritto indifferente, come sempre, nella propria consueta frenesia. Il
commissario rimase qualche secondo a guardare giù. Sapeva che la scena era già chiara. Un uomo, una
donna, una cena, un tradimento. Un coltello. Il resto era solo qualche fascicolo in più da mettere agli atti.
La gente uccide soltanto per i piccioli o le fimmine, diceva sempre Favuzza, un ispettore giunto da Catania
due anni prima e forse non aveva poi così torto.
«L’amore,» disse piano tra sè, «talvolta è solo un altro modo di farsi del male.»