Riflesso di Elsa
Lucia Caruso
Via Senato sembra dimenticata dalla città. L’asfalto umido riflette luci discrete e nessuno vuole notare la porta di un circolo privato incastonato tra due edifici d’epoca. Non c’è insegna, né campanello. Una hostess, in lunghi guanti, accompagna Elsa Brandi senza domande.
All’interno un jazz, lento. Illuminazione ambrata, irreale. Divani bassi, sussurri, abiti costosi. La detective esita un attimo: troppo elegante per fingere, sobria ma seducente. Milani gliel’ ha detto: “Bisogna piacere.”
Al centro del salone una figura si muove con misurata naturalezza. Capelli ramati raccolti, abito lungo dello stesso colore. Ride piano. I clienti sono decorazioni. Lei, Claudia Veneziani, il fulcro.
L’investigatrice s’accosta al tavolo. Un calice, non ordinato, l’aspetta. Claudia si avvicina.
«Primo incontro?» Voce morbida.
«Cominciamo da qui.»
«Si entra con uno sguardo. Ma non si usa lo specchio.»
Attraversato un arco, lungo il corridoio la Brandi si ferma davanti a un quadro: Suite 604. Pennellate rame, rosa antico e grigio polvere. Figure accennate. Un corpo femminile, celato fra giochi di ombre. Senza volto. Le curve appena tracciate. Solo una caviglia, chiara, netta. Intorno, un bracciale d’oro, inciso. Lo riconosce, lo indossava Marina Strini scomparsa due mesi prima.
«Il Club non appende ritratti. Dipinge tracce,» sussurra la donna, proseguendo. L’altra la segue.
Il riflesso invita.
La sala cipria pare sospesa in una tregua del tempo. Tonalità sfumate, riflessi languidi. L’aria sa di fiori e pelle scaldata dal segreto.
Claudia è sul divano, gambe accavallate con lentezza teatrale. Il tessuto dell’abito scivola, docile, lungo le cosce: una carezza che sa dove fermarsi.
«Qui non si dice. Si suggerisce. Le parole penetrano… se non le respingi.» Poi riempie i bicchieri.
Gli occhi di Elsa seguono il gesto, sospesi sull’orlo di una soglia invisibile.
«Cerco parole che mi aprano.»
Veneziani sorride:
«E io quelle che entrano senza bussare.»
La tensione è brivido vero, non freddo calcolo.
«Qual è il suo compito?» chiede l’infiltrata.
«Facilitatrice. Porto le persone dove vogliono arrivare.»
«E se una non volesse?»
«La si tiene ferma. Finché non scivola.»
Claudia offre una flûte.
«Non bevo durante il lavoro.»
«Su cosa lavora?»
«Sulla verità che fa rumore.»
Il gioiello sul ripiano brilla. L’inquirente lo sfiora. Un gesto lento, intimo.
«Riconosce il simbolo?»
«Forse. Dipende da chi guarda.»
«Marina in un modo profondo. E in una seduta speciale. Nella suite 604. Lasciava che le cose accadessero.»
«Anch’io. Ma quando voglio.»
Claudia le porge un taccuino:
«Lo riempia di sé.»
E si alza, accarezzandole il ginocchio scoperto.
«Quella stanza è fatta per questo. Per scegliere mentre si è scelti.»
Se ne va, con un sorriso. Allusivo.
Resta sola, con un calice pieno, un notes e un bracciale.
Un attimo e la decisione è presa.
Il riflesso sceglie.
Verso la suite 604, i passi della collaboratrice del vicequestore Milani rimandano un’eco vellutata.
Apre decisa la porta. Entra. Carta da parati champagne, letto basso al centro, luci nascoste.
Sul comodino, una scatola. Sulla scrivania, un foglio piegato: “La verità non parla. Si tocca.”
Nella scatola diverse foto: Marina, seduta proprio lì, sul letto, con il bracciale visibile. Una sagoma maschile alle sue spalle, il viso nascosto da un cuscino opaco: presenza tollerata ma non concessa.
Elsa fissa lo specchio: sta registrando. Un suono, sottile, filtra dall’interfono nascosto:
«Vuole giocare? Oppure indagare? In questa stanza è lei a decidere, se si fa scegliere.»
Non risponde. La voce svanisce, ma resta sotto la pelle.
Un rumore lieve. Il click della fotocamera. Spenta o appena attivata? Un avanzare, appena percettibile. Si volta. L’uomo è lì. Camicia chiara, pelle scoperta, nessuna età. Il corpo è una citazione, non sua. Non gli appartiene.
«Vuole continuare?»
L’invito le attraversa la nuca. Tace. Lui cammina, piano, verso il letto. Indica la scatola.
«L’ha aperta e ha trovato Marina.»
Lo osserva. Nessun tratto familiare. Un’ ambiguità disegnata su misura.
«Suite 604 è uno specchio. Entrando, ha accettato di spogliarsi… delle sue maschere.»
«Forse le ho archiviate altrove.»
Lo sconosciuto sorride, con le labbra.
«Ogni seduta è per chi rimane, non per chi accetta. Lei è ancora qui. Quando vuole, cominciamo.»
Brandi è senza difese.
«Ha paura di essere registrata?»
L’intonazione è suadente, la turba perché è… professionale.
Il tempo è ora un blocco di ghiaccio nella neve.
È in piedi, a distanza neutra dall’investigatrice, seduta sul bordo del letto. Ma lo sguardo insegue le pieghe della seta, tra le gambe.
Senza parlare, le mostra una scheda con una foto. Firma digitale. Traccia biometrica.
«Non l’ho mai compilata. Ma quella sono io.»
Sorride. Freddo. Come prima.
Le note di Night Owl, insinuate da Galimatias, sono calde, rassicuranti. Avvolgono e invitano. Attraenti. Seducenti.
Il riflesso inganna.
L’uscio non è chiuso. Neppure aperto. La verità, spesso, è sospesa. Uno spazio fra il sé e il mondo.
Ad un tratto un rumore. Lei si gira, di scatto. Lui no. Sulla porta, né aperta né chiusa, si staglia una figura. Nota. Volto contratto, tono basso e secco:
«Brandi, fuori. Ora.»
La sorpresa la inchioda. L’uomo si irrigidisce, contrariato: il gioco che conduceva è stato interrotto. Irrimediabilmente.
«Vicequestore,» lo saluta con rispetto.
Milani avanza, con due agenti.
«Filmare qualcuno senza consenso è un crimine.»
Elsa si alza.
«Non ha firmato niente,» aggiunge, indicando la collega.
«Ma ha toccato tutto,» ribatte l’altro, prima che scattino le manette.
Il riflesso emerge.
Un rumore metallico. La fotocamera disattivata. Luci fredde si accendono.
La 604 adesso è una stanza come le altre. La tensione si dissolve. Il crimine no.
Brandi si avvicina al capo:
«Non ero pronta. Ma so cosa cercano.»
Stefano annuisce. Non gli interessa il bracciale. Osserva il cuscino.
«Il desiderio non è peccato. Innescarlo male, sì.»
Il riflesso pesa.
In via Fatebenefratelli tutto cambia. Ufficio pulito, non finto. Presenza carezzevole.
«Avevi superato il limite.»
«Quale? Quello dove si smette di osservare e si inizia a sentire?»
Milani non replica. Scorre il file nel computer.
«La documentazione era incompleta. Le firme contraffatte. Le immagini archiviate in spazi non registrati. Lo sai già.»
La collaboratrice lo guarda.
«Non hai interrotto la seduta per il protocollo. L’hai fatto per me.»
«Non voglio perderti così.» E aggiunge:
«Marina è stata sedotta, registrata, eliminata. E tu hai visto troppo, e sei stata al gioco.»
«Per questo mi volevi dentro, vero? Sapevi che non avrei solo raccolto indizi. Li avrei vissuti.»
Il silenzio taglia la stanza.
«Dobbiamo decidere come procedere» le dice, mentre lei si tocca il polso. Il bracciale non c’è più. Ma la pelle ne ricorda il peso.
«Il covo è stato chiuso, Elsina. Chi gh’ha vist, gh’ha capì.»
«Sì. L’indagine era sui desideri, non sulle vittime.»
«Dai, mettiamoci al lavoro»
La detective apre il suo PC. Nella schermata iniziale, una linea bianca.
“Bentornata, Elsa.”
Il riflesso resta.